Cooperazione allo sviluppo, due storie

“Impegnarsi per costruire una società diversa spinge a guardare al mondo della cooperazione. Il percorso è impegnativo e richiede un certo spirito di adattamento. Tuttavia è fonte di gratificazione e di arricchimento straordinari”. La testimonianza di due laureate fiorentine che ci raccontano la loro esperienza.
Foto realizzata nell'ambito dell' Agricultural Value Chain Project in Oromia del Dipartimento di Scienze per l'economia e l'impresa
Un'immagine realizzata nell'ambito dell' Agricultural Value Chain Project in Oromia (Etiopia) del Dipartimento di Scienze per l'economia e l'impresa

Impegnarsi per costruire una società che riconosca il significato dell’accoglienza e l’importanza dell’integrazione e della convivenza fra popoli. Affonda in una convinzione personale molto radicata la leva di chi decide di intraprendere un’esperienza formativa e sul campo nel settore della cooperazione internazionale.

“Mi piace la ricerca, osservare le cose e cercare di portare un contributo per cambiarle – spiega Francesca Ronconi, laureata a Firenze in Scienze etno antropologiche,  laureanda in Studi Geografici e Antropologici e presidente di un’associazione che si chiama La Festina  –  capire le dinamiche interculturali, in questo senso, può aiutare, ma a prescindere dagli interessi personali credo che ognuno di noi come cittadino abbia delle responsabilità nei processi di integrazione”.

Nella terra da cui provengo, la Calabria, ci sono tanti problemi irrisolti – racconta Cristina Cirillo, al terzo anno del “Development Economics Local Systems” (DELoS), il dottorato congiunto dell’Università di Firenze e dell’Università di Trento dopo una laurea in Unifi al corso di Development economics – Economia dello sviluppo avanzata-  La voglia di fare qualcosa viene da lì. Le mie origini hanno influenzato il mio percorso di studio e di lavoro”.

Francesca e Cristina hanno maturato un’esperienza nell’ambito della cooperazione internazionale e sono tra i testimonial che martedì 7 novembre interverranno a un incontro con il vice ministro degli Affari Esteri Mario Giro a Palazzo Fenzi  (Aula magna, Via San Gallo, 10 – ore 14.30). Ecco cosa ci hanno anticipato.

Ho partecipato con la mia associazione a una call dell’Organizzazione Non Governativa Food sweet food per organizzare a Firenze il Refugee Food Festival – spiega Francesca  –  Cinque cene preparate da altrettanti migranti assunti per l’occasione come chef da dei ristoratori”.

La selezione dei candidati è avvenuta attraverso la collaborazione con le strutture di accoglienza. “Prima di decidere li abbiamo messi alla prova tra i fornelli ed è andata bene”. A Unatu Tagi (Etiopia), Masoud Sayed Housseini (Afghanistan), Awon Raza (Pakistan),  Slay Baki e Zakari Abasse (Togo) è stato chiesto di creare un menu che raccontasse il viaggio che li ha condotti in Italia, dove i piatti fossero le tappe toccate durante la rotta.

L’iniziativa, che si è svolta nel giugno scorso,  è riuscita “a mettere queste persone al centro di una narrazione diversa sui migranti e a far passare il messaggio che nessuna barriera tra noi e loro ha ragione di essere”.

Foto di gruppo per il Refugee Food Festival

Archiviata per il momento l’esperienza del Refugee Food Festival, che potrebbe essere replicata anche nel 2018, Francesca si sta dedicando intanto al lavoro di tesi sull’analisi dei modelli di integrazione dei migranti in Italia con un focus sui piccoli borghi.

“L’idea è quella di individuare delle buone pratiche e definire un modello di integrazione basato sull’accoglienza diffusa”. L’indagine è affascinante, ma complessa, soprattutto se  il tempo va gestito con un impegno professionale. “Curo la comunicazione per un’azienda che opera nel settore del turismo. In particolare mi occupo della strategia dell’accoglienza, verificando la qualità della relazione tra le persone”.

Due anni di collaborazione a Brasilia presso il Centro internazionale di politiche per la crescita inclusiva, afferente al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, dedicati alla preparazione e alla gestione di progetti di ricerca nel settore dell’economia dello sviluppo e della cooperazione. E’ l’esperienza di Cristina Cirillo.

Cristina Cirillo al quartier generale delle Nazioni Unite durante un meeting

Ho cominciato con un tirocinio di tre mesi – spiega Cristina – poi mi è stato proposto di restare come consulente. Ho seguito da vicino un progetto con la Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) riguardante le relazioni tra politiche di protezione sociale e sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo e ho curato un articolo nell’ambito del report annuale della stessa FAO”.

Incontro con i beneficiari di Bolsa Familia a Canindè (Cearà, Brasile)

Mi sono occupata di un progetto di cooperazione ‘Sud Sud’ finalizzato a promuovere alcune buone pratiche nell’ambito delle politiche brasiliane di protezione sociale in alcuni paesi africani – aggiunge – Ho così trascorso un periodo in Burkina Faso e in Ghana, collaborando all’organizzazione di incontri concepiti per supportare i funzionari governativi africani nel processo di cambiamento. Inoltre ho contribuito alla creazione di un portale per  favorire lo scambio e la diffusione di contenuti riguardanti la protezione sociale”.

In questi due anni – prosegue Cirillo – ho migliorato la mia capacità di fare ricerca, ho imparato a conoscere più nel dettaglio le fasi di un progetto, ho acquisito una pratica con gli strumenti per il trasferimento della conoscenza”. 

Il percorso di chi lavora nella cooperazione è impegnativo e richiede un certo spirito di adattamento anche per via dei tanti spostamenti richiesti. Si lavora molto spesso per progetti e anche questo può alimentare un senso di precarietà. Tuttavia lavorare nell’ambito della cooperazione costituisce una fonte di gratificazione e arricchimento straordinari”.

 


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