Criminalità e governo del territorio, premiata la tesi di un dottore di ricerca Unifi

Una tesi di dottorato dedicata a governo del territorio e mafie ha meritato al suo autore, Andrea Alcalini, il premio Amato Lamberti, conferito dall'Università Federico II ai giovani studiosi che si sono dedicati ai temi del contrasto alla criminalità organizzata.
Andrea Alcalini

Il governo del territorio e lo spettro della mafia. Sono i temi della tesi di dottorato per la quale Andrea Alcalini ha ricevuto il premio nazionale Amato Lamberti. Il riconoscimento, intitolato al sociologo dell’Università Federico II  che si è impegnato contro la mafia anche come politico, gli è stato conferito nel corso di una cerimonia che si è svolta al Comune di Napoli, alla presenza fra gli altri del sindaco Luigi de Magistris.
Alcalini, dottore di ricerca Unifi in Architettura – Progettazione urbanistica e territoriale, dal 2014 è coordinatore del programma di ricerca “Urbanistica e legalità” dell’Università di Firenze e dal 2016 è membro del laboratorio di ricerca sui “Territori dell’abusivismo nel Mezzogiorno contemporaneo”, coordinato dal Politecnico di Milano e dall’Università Federico II.

La finalità del premio è mettere in luce l’apporto di giovani studiosi al contrasto alla criminalità organizzata in Italia e nel mondo. Un tema vicino alla sensibilità di un urbanista, quando si guarda alla capacità delle mafie di infiltrarsi nel settore dei lavori pubblici.

Il governo del territorio è un ambito particolarmente colpito dai tentativi di infiltrazione del crimine organizzato che, da diverso tempo, ha dimostrato di essere in grado di spostarsi in luoghi diversi rispetto a quelli di origine e di sapersi adattare piuttosto bene agli usi e costumi dei nuovi contesti di arrivo. Come nelle zone del Sud, anche nelle aree di non tradizionale presenza mafiosa, le organizzazioni criminali tentano di interagire con l’ambito della politica locale e, più nello specifico, con il settore della pianificazione urbanistica, sebbene con modalità in parte differenti da quelle messe in atto nei luoghi di origine. Osservare, quindi, le vicende di alcuni comuni del Nord Italia, poi sciolti dal Governo centrale per infiltrazioni criminali, riguarda gli urbanisti – come esperti di città e territori – molto più di quello che si potrebbe immaginare.

Come ha affrontato questi temi?

Ho analizzato tre casi di studio: Bardonecchia, Leinì e Brescello, comuni commissariati rispettivamente nel 1995, 2012 e 2016 per supposte infiltrazioni della ‘ndrangheta. L’intento è stato quello di colmare l’assenza di approfondimenti nell’ambito della ricerca nel campo dell’urbanistica sulle aree di non tradizionale presenza della criminalità organizzata, approfondendo la documentazione disponibile relativa ai processi di pianificazione urbanistica e ai controlli sulle imprese di costruzione e prendendo in considerazione i fattori territoriali, politici ed economici.

 A quali conclusioni è giunto circa la relazione tra mafie e governo del territorio?

Ho potuto ricostruire una prima gamma di modi di interazione con cui soggetti e gruppi hanno cercato di interferire sul governo del territorio, in particolare, con lo sviluppo di compravendite immobiliari di aree interessate a varianti urbanistiche e l’aggiudicazione o l’accaparramento di appalti e sub-appalti. I tre casi di studio, naturalmente, non esauriscono tutte le possibili modalità di interazione tra gruppi riconducibili alla criminalità organizzata e l’ambito del governo del territorio ma rappresentano un contributo al dibattito accademico su questi temi e mettono in luce lo spazio di relazione tra i due ambiti, uno spazio che trasforma la città e il territorio stesso.

Ho sottolineato poi ulteriormente ciò che diversi autori scrivono ormai da anni, ovvero che le mafie sono soltanto un parte del problema e, non di rado, neanche la più significativa. Nel tentativo di intervenire in proprio nelle attività economiche legali, infatti, queste hanno dimostrato di avere bisogno della complicità e delle competenze di soggetti esterni. Figure che vivono a stretto contatto con la sfera dell’illecito – a volte in maniera esplicita altre volte implicitamente – e che si muovono dentro uno spazio opaco, un’area grigia, nella quale riescono a costruire relazioni di collusione e complicità con la mafia. Coinvolgendo un’ampia varietà di attori diversi per competenze, risorse, interessi e ruoli sociali, e dove le principali figure che vi operano sono imprenditori, politici, professionisti e funzionari pubblici. In non pochi casi, sono queste figure  la “regia” e, dunque, il perno su cui ruota il sistema relazionale, e non i mafiosi; questi ultimi non sono sempre in posizione dominante, né dispongono in via esclusiva di competenze di illegalità.


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