Il lavoro come strumento di inclusione sociale

Comune di Firenze, Università, Federsolidarietà-Confcooperative Toscana, Legacoopsociali-Legacoop Toscana, Associazione Generale Cooperative Italiane A.G.C.I. Toscana hanno siglato un protocollo d’intesa che riguarda la promozione di politiche di inclusione attiva delle persone escluse dal mercato del lavoro. Il tema è al centro del contributo di Laura Leonardi.
Diritto d'autore: irstone / 123RF Archivio Fotografico
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Il lavoro di per sé non genera automaticamente inclusione sociale. Il nesso virtuoso tra lavoro e inclusione sociale è possibile soltanto in alcuni contesti istituzionali, attraverso l’adozione di opportune strategie politiche, nel quadro di alcune forme di governance sociale e non di altre. Affronto la questione in due punti fondamentali: primo, il lavoro e il suo rapporto con la libertà e la partecipazione sociale; secondo, la questione della solidarietà sociale.

Il primo punto riguarda le società democratiche con un’economia di mercato, in cui la cittadinanza e la coesione sociale si fondano sul lavoro come istituzione sociale. In questo tipo di società si è stabilito un collegamento tra lavoro, libertà civili e autonomia personale. Ma non è stato così in tutte le società e in tutte le epoche.

E’ soprattutto nella società industriale che il lavoro diventa anche partecipazione alla sfera pubblica, conferisce un’identità sociale, inserisce in reti di relazioni e di scambio regolate da diritti e da obbligazioni, diventa il mezzo principale di socializzazione, crea legame sociale e forme di solidarietà. Ed è in questo contesto che matura l’idea che, al di là del valore strumentale, di conseguimento del reddito nel mercato, il lavoro possa essere anche strumento di autorealizzazione personale e di emancipazione sociale.

La ricerca della libertà attraverso il lavoro è stata al centro di processi di emancipazione che hanno accompagnato la costruzione delle società democratiche, soprattutto nel secondo dopoguerra, in cui il lavoro è diventato il tramite dell’inclusione sociale, laddove si associa ai diritti di cittadinanza sociale: il riferimento all’art. 3 della Costituzione italiana è d’obbligo. All’interno delle società democratiche, basate sul principio dell’uguaglianza tra i cittadini, questo obiettivo è perseguito cercando di rendere i diritti effettivi, quindi adottando politiche per rimuovere gli ostacoli che impediscono uguali chance di partecipazione al lavoro e alla società. Il rapporto tra lavoro e libertà pone dei problemi particolari in un’economia di mercato: il mercato è competizione e molte persone possono non essere in condizioni di poter partecipare alla pari con altri, non godendo delle stesse “libertà positive” (libertà di fare), rischiando di rimanere esclusi : perché mancano di risorse materiali e immateriali, come le competenze, l’istruzione, la salute, e/o sono discriminate in base a stereotipi e pregiudizi, per il genere, l’età o perché appartenenti a minoranze cui si attribuisce uno stigma (come nel caso delle persone ex-detenute, tossicodipendenti, ecc.). Per questo motivo, i diritti sociali e la dimensione redistributiva, attraverso le politiche pubbliche, sono essenziali per consentire di mantenere un collegamento tra partecipazione al lavoro e reale inclusione sociale. Questo collegamento è continuamente messo in questione, sfidato dalle trasformazioni strutturali che cambiano la natura e l’organizzazione del lavoro, la sua regolazione sociale: si pensi all’introduzione delle nuove tecnologie, che richiedono innovazione continua delle risorse cognitive, adattamento, flessibilità delle prestazioni, tanto che è sempre meno possibile separare nettamente il tempo dedicato al lavoro dagli altri tempi di vita.

Oggi la regolazione di mercato penetra anche nelle relazioni sociali non di mercato, al punto che si è arrivati a dire che il mercato del lavoro è diventato il mercato della vita. Il mercato lasciato a sé stesso, come abbiamo visto in questi ultimi anni, contribuisce ad accrescere le diseguaglianze economiche e sociali non avendo finalità di equità. Soprattutto, rafforza i meccanismi di esclusione sociale tanto che sono emerse nuove categorie di soggetti deboli – si pensi ai lavoratori poveri – o svantaggiati in riferimento all’inserimento al lavoro. Questo fenomeno erode così le premesse su cui riposano i sistemi democratici, basati sul principio di eguaglianza dei cittadini. Il rischio più grande è che le persone non riconosciute ‘utili’ secondo i criteri di mercato, non vengano riconosciute come pari dalla comunità dei cittadini, perdendo identità e dignità come soggetti. Se le persone escluse economicamente e socialmente diventano invisibili agli occhi di chi è maggioranza nella società e detiene posizioni potere – e questo accade più di quanto si creda – anche la coesione sociale è compromessa.

Tuttavia, a fronte dei nuovi rischi sociali e della complessità delle trasformazioni nelle condizioni di vita, non è pensabile ricorrere a schemi vecchi di welfare pubblico.

Le politiche attive, per esempio, se implementate soltanto per via amministrativa, secondo logiche burocratiche, mostrano inefficacia se non il rafforzamento della segregazione sociale: le persone svantaggiate vengono trattate in base a stereotipi, l’individualizzazione delle misure non si realizza, e spesso l’attivazione non è legata a scelte dei soggetti interessati ma imposta dall’esterno.

E qui vengo al secondo punto, quello della solidarietà sociale, che non va confusa con un generico atteggiamento soggettivo orientato da una forma volontaria di aiuto reciproco. E’ la premessa perché le persone agiscano insieme come collettività, perché si diano obiettivi comuni. Nella solidarietà sociale trovano radici i valori che orientano l’azione sociale, la reciprocità, la fiducia, che peraltro sono quei prerequisiti sociali che servono anche all’economia per funzionare bene. Negli ultimi decenni, in concomitanza con i cambiamenti cui ho accennato, sono cambiate le basi sociali della solidarietà. Alcuni studiosi sostengono vi sia stato un passaggio dalla solidarietà motivata “dal bisogno”, che si fonda sulla consapevolezza delle interdipendenze tra le persone, a quella dell’ “ansietà”, dovuta alla presenza di nuovi rischi sociali non prevedibili, e all’ampliamento delle opzioni individuali a fronte però dell’affievolirsi del legame sociale. È evidente il passaggio da un’epoca in cui la collettività si faceva carico dei rischi e delle incertezze che gli individui incontrano nel mercato e nella vita a un’altra in cui è l’individuo a doversene fare carico. La solidarietà sociale è sfidata dalla perdita di norme comuni e dall’indebolimento dei legami sociali. Come efficacemente Pierre Rosanvallon sintetizza in una frase, si pone “il problema di rifare società” e la dimensione collettiva diventa essenziale per produrre un’inversione di tendenza, per creare nuove forme di solidarietà sociale.

Il contesto istituzionale, infine, è rilevante. E’ in relazione a questo aspetto che, accanto al ruolo delle istituzioni pubbliche, diventa sempre più determinante quello dei cosiddetti stakeholder, delle imprese sociali, delle organizzazioni e delle associazioni della società civile. Questi attori sociali adottano un approccio pragmatico e dalla loro cooperazione, che ha come fine il bene comune e riflette un’etica pubblica, nascono nuovi percorsi di governance sociale. L’antropologo indiano Arjun Appadurai vede questi attori capaci di promuovere una “strategia politica della pazienza”, che si contrappone al principio dell’emergenza. Quest’ultima spesso tende a prevalere nel contesto di incertezza in cui viviamo, ma non è capace di guardare al di là della contingenza e non produce un vero cambiamento.

La strategia della pazienza mette le persone in condizioni di avere le capacità di aspirare al cambiamento e al miglioramento delle proprie condizioni di vita. A mio parere il protocollo d’intesa siglato tra Università, Amministrazione pubblica locale, imprese sociali e cooperative, si inscrive in questo tipo di percorso

Per costruire benefici a lungo termine, come quelli richiesti da politiche che vogliono promuovere lavoro e inclusione sociale, si richiede la costruzione di relazioni fiduciarie che rafforzano la coesione sociale, e tutto questo passa attraverso il radicamento in contesti locali, che sono quelli più vicini al vissuto e all’esperienza delle persone.

Ma soprattutto questo è il contesto in cui le persone destinatarie degli interventi d’inclusione sociale, anche le più svantaggiate, possono essere messe in condizioni di essere soggetti attivi e di partecipare pienamente e liberamente alla vita sociale, e questa è una condizione necessaria per il successo di queste politiche.

 

[Sintesi dell’intervento tenuto dall’autrice nell’occasione della firma del protocollo d’intesa il 26 febbraio 2018]


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