No al morbo del razzismo

Restituire sicurezza e fiducia nelle relazioni umane e sociali, superare la paura di cui spesso si alimenta il razzismo. Un intervento di Luigi Dei.
Diritto d'autore: akhenatonimages / 123RF Archivio Fotografico
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Il rettore Luigi Dei è intervenuto con questo discorso alla manifestazione “Insieme contro il razzismo” (Firenze, 27 giugno 2018), lanciata con un appello firmato dal sindaco di Firenze Dario Nardella e dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi.

 

Cittadine e cittadini buonasera. Anzitutto vorrei chiarire perché il Rettore di una istituzione pubblica di ricerca e alta formazione ha aderito alla lettera dei due massimi rappresentanti delle istituzioni pubbliche locali e perché si trova qui a parlare a questa manifestazione.

Il momento che sta attraversando il nostro Paese, l’Europa e purtroppo anche altri Paesi del mondo, c’impone di rivendicare alcuni principi basilari che sono poi alla base della nostra missione universitaria. Libertà, solidarietà, giustizia e diritti umani, universalità del sapere, democrazia, futuro sostenibile, civismo, educazione al rispetto di ogni diversità.

Non v’è dubbio che stiamo attraversando una crisi importante, non solo economica, ma di valori e di ideali, il cui esito fausto non appare prossimo nel tempo. Molte grandi idee progressive sono morte, travolte dal moto vertiginoso e turbinante della storia, ma purtroppo il nuovo non riesce a nascere e in questa assenza di pensiero e orientamento illuminato prevalgono i più svariati fenomeni morbosi.

Siamo in una sorta d’interregno in cui l’assenza di una bussola ideale ci sbalestra e ci rende vulnerabili rispetto a formule semplificatorie basate per lo più sulla chiusura e l’arroccamento per sconfiggere la cifra del nostro tempo: l’insicurezza globale ed esistenziale, piuttosto che quella rispetto alla criminalità.

Oggi siamo qui per ribadire una cosa scontata, ma in qualche modo negletta, proprio a causa di quanto sopra detto: no al morbo del razzismo.

Ma non basta questa petizione di principio, sebbene sacrosanta. Siamo molto intimoriti da certa aggressività, dobbiamo cercare di far riflettere soprattutto i giovani che le paure, anche fondate, vanno vinte con il ragionamento e con la consapevolezza che è possibile governare anche fenomeni complessi come le migrazioni.

Non siamo qui a dire semplicemente vogliamoci tutti bene come fratelli, siamo determinati a voler fornire risposte concrete a quel senso d’insicurezza che pervade grandi strati di popolazione.

Questo è il tema oggi all’ordine del giorno: come restituire sicurezza e fiducia nelle relazioni umane e sociali, senza demonizzare l’estraneo e farlo diventare capro espiatorio di tutti i nostri problemi.

Il razzismo spesso si alimenta di paure, le quali però sono sinceramente percepite: guai se ci rinchiudessimo nella élite degli anti-razzisti, schernendo tutti coloro che non la pensano come noi. L’anti-razzismo deve essere un sentire pervasivo e per farlo maturare e germogliare rigogliosamente è indispensabile capire come la reazione ostile agli estranei – siano essi migranti o altro – si origini in larghi strati di popolazione.

Dobbiamo quindi comprendere anzitutto l’origine dell’insicurezza che genera diffidenza e finanche odio nei confronti dell’estraneo. E’ indispensabile prendere atto dei problemi d’integrazione e cercare di governare i processi con la massima attenzione nei confronti delle paure e dei pregiudizi su cui certa propaganda può negativamente influire.

Stiamo indubbiamente attraversando un momento di spaesamento e oscuramento di certi capisaldi di visione progressista. La realtà sociale così frastagliata sembra sfuggire di mano a ogni interpretazione razionale, quasi che il mondo viaggi a una velocità ben superiore a quella del pensiero che cerca di decifrarlo e interpretarlo. La struttura sociale è complessa, articolata e differenziata; orientamenti ideali stentano a essere definiti e si fatica sempre di più a connotare le fasce deboli in una classe ben delineata. In questo contesto diventa quasi impossibile propugnare un’idea forte di solidarietà sociale, perché ne mancano i presupposti ideali. E allora l’approccio privatistico disgregante si diffonde a macchia d’olio: non risolve i problemi, ma mette l’animo in pace con l’individuazione del nemico, della causa di ogni malessere.

L’insicurezza esorcizzata dalla sicurezza di avere individuato la causa: i migranti, i Rom, la strenua difesa del “prima gli Italiani” e quant’altro è diventato popolare, come soluzione verbale e verbosa, ma ben lontana dalla reale e concreta soluzione dei problemi che restano fissi e irrisolti.

Non possiamo restare indifferenti, il silenzio sarebbe colpevole e minerebbe fortemente la nostra onestà intellettuale. Dobbiamo cercare di costruire faticosamente un pensiero che dia orizzonti nuovi soprattutto ai giovani, che renda loro la voglia di partecipare alla costruzione di un mondo migliore e più socialmente giusto.

Come possiamo non credere più a nobili aspirazioni ideali? Come possiamo lasciare al populismo la critica dell’esistente? Possiamo continuare a pensare che una avanguardia d’intellighenzia europeista possa contrastare le demagogie nazionalistiche devastanti? Oggi, come c’insegna Giorgio Ruffolo, “il migliore europeismo è quello che si nutre pienamente delle realtà nazionali, dei loro caratteri, delle loro richieste, persino dei loro pregiudizi per arricchirlo”.

Oggi l’identità nazionale può diventare davvero il miglior viatico per un’Europa più legata ai popoli che alle oligarchie. Forse vi sembrerà paradossale ma un concetto tradizionalmente conservatore come l’idea di unità nazionale potrebbe rivelarsi un grande motore di solidarietà sociale.

Essere anti-razzisti oggi vuol dire anche rivendicare una Nazione che sta in Europa forte della sua identità e che trova motivo della sua etica di apertura e integrazione proprio nell’accorciamento di questo nostro Paese, ahimè ancora terribilmente lungo. Essere anti-razzisti, oggi come ieri, significa contestare fortemente le società basate sulle disuguaglianze sociali, sullo sfruttamento, vuol dire stare sempre dalla parte delle fasce meno protette, anche di quelle che pensano di risolvere i propri problemi a danno di popolazioni ancora più povere.

Solo così si diserba il terreno ai fomentatori di slogan solo propagandistici che istigano all’agone poveri contro poveri. Istruzione e formazione sono una potentissima leva per costruire un’idea di nazione più socialmente evoluta e pertanto maggiormente pronta alla sfida di un pianeta in continuo e incessante fermento. L’Università è pronta a condurre in questo senso a viso aperto la sua battaglia ideale, con pazienza e senza ansie da prestazione.

Ci attende un lavoro lungo, una possibile traversata di un deserto pieno d’incognite, che nel breve rischia di riservarci scoramento e delusione, ma l’Università è avvezza ad affrontare, nella ricerca, sfide i cui frutti si realizzano su tempi medio-lunghi. Abbiamo tutti di fronte un’avventura simile a quella della ricerca: scovare nuovi territori, coltivarli con pazienza anche nella tempesta di sabbia, non demordere, comprendere tutti coloro  – e sono tantissimi – che non se la passano per niente bene e costruire una nuova etica del cambiamento, che prefiguri un modello di società in cui gli appetiti egoistici di gruppi o di singoli siano mitigati da una politica realmente a fianco della stragrande maggioranza dei cittadini, che onestamente lavorano in modo precario fra mille difficoltà e che vogliono risposte di maggior respiro rispetto al semplice richiamo a un’austerità che finisce poi per ricadere drammaticamente sulle spalle dei ceti meno abbienti.

E allora, forse, l’anti-razzismo diventerà nei bambini di oggi, domani donne e uomini adulti, senso comune diffuso e non semplicemente buon senso minoritario. Grazie.

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