Studio della ludopatia, a Stefano Pallanti un grant dal National Institute of Mental Health

Finanziamento di 250.000 dollari dal National Institute of Mental Health (NIMH) di Bethesda a Stefano Pallanti, docente di Psichiatria dell’Ateneo fiorentino, per approfondire le ricerche sulle dinamiche e il trattamento del disturbo del gioco d’azzardo.
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Stimolazione magnetica transcranica

Finanziamento di 250.000 dollari dal National Institute of Mental Health (NIMH) di Bethesda a Stefano Pallanti – docente di Psichiatria presso il Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino (Neurofarba) – per approfondire le ricerche sulle dinamiche e il trattamento del disturbo del gioco d’azzardo. Il grant premia un filone di ricerca in cui l’Ateneo fiorentino vanta una tradizione di eccellenza: ne parla Pallanti, che ben conosce la realtà statunitense e attualmente è full professor presso l’Università di Stanford in California.

Sul versante della ricerca e delle possibili terapie della ludopatia l’Università di Firenze è da anni all’avanguardia. D’altra parte, non è usuale che il più importante istituto statunitense finanzi un team di ricerca fuori dai propri confini.

E’ proprio così. Questo finanziamento è anche un riconoscimento alle ricerche che il nostro gruppo sta effettuando da venti anni in questo settore, con l’intento di approfondire i meccanismi cognitivi e di gratificazione nella dipendenza dal gioco d’azzardo e testare la stimolazione magnetica transcranica (TMS) come strumento di trattamento della patologia. Con un certo orgoglio possiamo dire di essere stati considerati un’eccellenza e aver superato la concorrenza degli stessi ricercatori americani.

Una specializzazione che parte da lontano, dunque…

Sì, tanto per fare un esempio, possiamo dire di essere stati dei pionieri sperimentando fra i primi al mondo, circa 15 anni fa, la stimolazione magnetica transcranica per questo tipo di patologia. Su questi temi ho lavorato sino da tempo fa insieme a Eric Hollander, dell’Albert Einstein di New York. Mentre per questo grant collaboreremo con l’Harvard Medical School e con il Massachusetts General Hospital di Boston.

Quale è esattamente l’attività finanziata?

Si tratta di realizzare una sperimentazione su quaranta pazienti toscani, individuati con la collaborazione dei  Servizi pubblici per le dipendenze (SERD), che saranno sottoposti al trattamento con TMS dopo una prima fase di test neuropsicologici. I test serviranno a capire da un punto di vista psichiatrico le motivazioni della patologia: grazie alla risonanza magnetica è previsto, infatti, lo studio del cervello impegnato in simulazioni di gioco. La sperimentazione – che si svolgerà a Firenze – durerà venti giorni, lo studio complessivamente due anni. Il Massachusetts General Hospital di Boston fornirà l’analisi dei dati risultanti dalle risonanze magnetiche, i ricercatori di Harvard ci aiuteranno nell’elaborazione dei risultati complessivi della sperimentazione.

Quali risultati si attendono?

Vogliamo studiare come, attraverso la TMS, si stimoli quella parte del cervello, detta area supplementare motoria, che nelle persone dipendenti dal gioco d’azzardo presenta delle disfunzioni, che sono causa anche dell’incapacità di fare scelte comportamentali. La stimolazione magnetica, che è un trattamento indolore, aumenta la plasticità del cervello e rinforza le capacità inibitorie e l’autocontrollo del paziente.

Qual è l’uso attuale della stimolazione magnetica nella cura delle patologie?

L’uso della TMS, già approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) per la cura della depressione, ha prodotto risultati incoraggianti in diversi altri campi, come nella cura della dipendenza da nicotina o da cocaina, o in ambiti diversi come il Parkinson. Per quanto riguarda la ludopatia, in ambito nazionale, la prima terapia usata è quella psicologica, anche nella forma della terapia di gruppo, talvolta affiancata dall’utilizzo di farmaci. La TMS entra in gioco quando il trattamento farmacologico si dimostra non efficace. I nostri studi cercano di approfondire le conoscenze di questo strumento in modo da poterne implementare l’uso nei casi più opportuni. Parlando di cura delle dipendenze è sempre necessario un nota bene: la volontà dei soggetti di uscire dalla dipendenza resta decisiva; non esistono automatismi, ma aiuti.


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