Il coccodrillo africano alla scoperta dell’America

La ricostruzione in 3D dei resti di un cranio di coccodrillo, ritrovato ad As Sahabi (Libia) e conservato per quasi un secolo a Roma, ha permesso di identificare nel rettile sahariano l'antenato degli attuali coccodrilli americani. I risultati dello studio, partecipato da Unifi, sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.
Il reperto studiato - Foto Dawid A. Iurino
Il reperto studiato - Foto Dawid A. Iurino

Nuove scoperte sulla storia evolutiva dei coccodrilli da uno studio, cui ha collaborato l’Ateneo, pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Secondo la ricerca è possibile che alcuni esemplari di coccodrilli siano partiti circa sette milioni di anni fa dal Nord Africa, e abbiano verosimilmente attraversato l’Oceano Atlantico per arrivare sulle coste del Sud America, dove si sono adattati e diversificati dando origine alle specie di Crocodylus, che ancora oggi abitano il continente americano.

Il lavoro, sviluppato insieme all’Università di Torino e alla Sapienza Università di Roma, ha permesso di ricostruire in 3D l’unico “superstite” dei cinque crani fossili ritrovati agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso nel corso di una spedizione scientifica in Libia, in una località del Sahara settentrionale chiamata As Sahabi. Il fossile studiato risale al Miocene, cioè a oltre sette milioni di anni fa, quando il Sahara non aveva l’attuale aspetto desertico: è stato conservato a Roma nelle collezioni del Museo Universitario di Scienze della Terra per quasi un secolo.

La ricerca colloca il reperto africano, identificato come Crocodylus checchiai, alla base dell’albero evolutivo dei coccodrilli americani. “Il nostro è un risultato di estrema importanza – afferma Lorenzo Rook, docente di Paleontologia e Paleoecologia dell’Ateneo fiorentino che da anni partecipa alle spedizioni sul terreno nel deserto libico organizzate da un team internazionale per ricollocare con precisione i siti fossiliferi scoperti dai paleontologi italiani negli anni ’30 – che valorizza le collezioni storiche di un giacimento paleontologico unico per la comprensione dei popolamenti faunistici dell’area circum-mediterranea alla fine del Miocene”.

Attraverso l’uso di scansioni tomografiche i ricercatori hanno ottenuto le immagini 3D sia dell’interno, sia dell’esterno del cranio. Le dimensioni della testa hanno permesso di stabilire che il coccodrillo fosse di età adulta e lungo poco più di 3 metri.

I risultati dello studio trovano infatti conferme anche da un punto di vista cronologico. Nel Nuovo Mondo infatti, i fossili più antichi di Crocodylus risalgono all’inizio del Pliocene (5 milioni di anni fa) risultando ben più recenti della specie studiata. è quindi possibile che durante il Miocene alcuni esemplari di C. checchiai (o una forma affine e ancora sconosciuta) abbiano attraversato l’Oceano Atlantico approdando sulle coste del sud America.

L’attraversamento di un così ampio tratto di mare, che nel Miocene era comunque più breve di oggi, potrebbe apparire sorprendente, ma tra i coccodrilli attuali esistono specie in grado di tollerare l’elevata salinità dell’acqua marina e di compiere ampi spostamenti in mare aperto sfruttando le correnti di superficie. Studi con tracciamento satellitare condotti su alcuni esemplari di coccodrillo marino australiano (Crocodylus porosus), hanno rivelato come, sfruttando le correnti, questi rettili siano in grado di percorrere in diversi giorni oltre 500 km in mare aperto.

I risultati dello studio rappresentano un importante contributo per ricostruire la storia evolutiva e la paleobiogeografia dei coccodrilli, cioè le modalità e i tempi con i quali questi rettili hanno colonizzato i diversi continenti raggiungendo la loro attuale distribuzione geografica.  (nella foto, Lorenzo Rook nella spedizione scientifica nel Sahara)


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