La globalizzazione ha trasformato profondamente il modo in cui beni e servizi vengono prodotti, distribuiti e consumati, creando catene del valore sempre più articolate e internazionali. Oggi, però, queste catene sono sottoposte a nuove pressioni: cambiamenti geopolitici, trasformazioni del commercio internazionale, processi di rallentamento della globalizzazione e cambiamento climatico stanno modificando gli equilibri della produzione mondiale.
Il MOOC Global Value Chains and the environment, realizzato nell’ambito del progetto Alm@-DEH e disponibile gratuitamente su Ipazia, propone strumenti teorici ed empirici per comprendere queste trasformazioni e leggerne le possibili conseguenze economiche e politiche. Ne abbiamo parlato con la professoressa Giorgia Giovannetti del Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa, che ha curato la realizzazione del corso.
Come nasce l’idea di dedicare un MOOC alle Global Value Chains e al loro rapporto con l’ambiente?
Il corso nasce per spiegare il funzionamento delle catene globali del valore, una modalità di frammentazione della produzione molto utilizzata negli ultimi 20-25 anni, però ancora non così conosciuta.
Le Global Value Chains sono reti produttive in cui i beni attraversano i confini almeno due volte, ma in realtà spesso molto di più, quando molti prodotti usati come input sono prodotti in un Paese diverso da un’industria diversa (pensate alle componenti di una automobile: i fari in Italia, le gomme in UK, le macchine in Germania etc). Comprendere il funzionamento di questi sistemi è quindi importante non solo per la pervasività che essi hanno nel sistema internazionale, ma anche perché rappresentano un canale d’accesso all’internazionalizzazione fondamentale sia per le PMI, che altrimenti non potrebbero sostenere i costi d’ingresso in mercati complessi come ad esempio quello cinese, sia per i paesi in via di sviluppo – pensiamo a gran parte del continente africano – che possono integrarsi nel sistema globale attraverso la realizzazione di singole componenti.
Il corso affronta fenomeni come globalizzazione, ma anche slowbalization e deglobalizzazione. Che cosa sta cambiando nel modo in cui le imprese organizzano la produzione e gli scambi internazionali e quale ruolo hanno i cambiamenti geopolitici?
Il movimento continuo delle merci attraverso i confini nazionali è correlato alla globalizzazione. Dalla metà degli anni ‘80 fino alla crisi economico-finanziaria del 2008 il commercio mondiale ha avuto tassi di crescita di circa 2 volte il prodotto interno mondiale, la globalizzazione è aumentata moltissimo e le catene globali del valore hanno contribuito in maniera sensibile a questo fenomeno, perché più si frammenta la produzione, più aumentano i flussi di commercio. Con la crisi del 2008 e poi con il Covid, quando le imprese hanno iniziato ad avere paura di avere una produzione localizzata così lontano da sé e così vicino a zone di crisi come Wuhan, questo sistema di produzione è stato messo in discussione. Dal 2008, peraltro, il commercio mondiale segue il ritmo del PIL anziché raddoppiarlo e questo ha portato a quella slowbalization di cui per primo ha iniziato a parlare l’Economist che indica un restringimento di flussi senza essere deglobalizzazione, perché il commercio mondiale continua a crescere. In questo scenario, l’elemento geopolitico si è manifestato nella concentrazione degli scambi tra “Paesi amici” e la riduzione dei flussi tra blocchi contrapposti, fatti salvi quelli che chiamiamo “Paesi connettori” come Vietnam e Messico che, commerciando con tutti indistintamente, sono capaci di superare le barriere politiche. Sicuramente, come già accennavo, un nuovo impulso alla globalizzazione potrà giungere dall’ingresso dell’Africa, favorito dalla sua crescita demografica che si porta dietro produzione e domanda.
Uno dei temi centrali del corso è il rapporto tra Global Value Chains e cambiamento climatico: in che modo le catene globali della produzione contribuiscono alle questioni ambientali?
È indubbio che una produzione frazionata aumenti le emissioni di CO2 legate ai trasporti e che questo crei spinte al nearshoring, ovvero ad una produzione più vicina. Il “chilometro zero” è però spesso inapplicabile alla manifattura avanzata, dove settori come i microchip o le batterie elettriche richiedono risorse e competenze geograficamente concentrate. Inoltre, la rigidità degli approvvigionamenti di componenti specializzati impedisce di sostituire agevolmente i fornitori, spingendo le aziende a diversificare le fonti. La relazione tra catene del valore e cambiamento climatico è quindi più articolata di quanto si sembri ad un primo sguardo e per questo l’abbiamo affrontata nel MOOC.
Il corso si rivolge a un pubblico molto diversificato: studenti (universitari e delle scuole superiori), professionisti e lavoratori. Quali strumenti di lettura della realtà economica e quali competenze mira a fornire ai partecipanti, e con quali prospettive?
L’idea è che chi decide di seguire questo corso si porti a casa un’idea più positiva della globalizzazione e una conoscenza di come funzionano queste catene del valore e quali sono gli aspetti principali del loro funzionamento. Capire come la geopolitica può influenzare il funzionamento della produzione – e quindi avere un effetto sull’economia reale – è altrettanto rilevante, oggi, anche per chi non è un tecnico del tema, perché parla del suo rapporto col mondo.