Cambiamento climatico, il lago più antico d’Europa svela gli scenari futuri

L’Ateneo ha partecipato ad una ricerca internazionale su Nature che ha studiato i sedimenti del lago Ohrid (Ocrida), al confine tra Albania e Macedonia del Nord, e ha ricostruito la storia climatica del Mediterraneo indietro fino a 1.36 milioni di anni fa, con la previsione degli scenari futuri.
Archivio fotografico 123rf.com - Riproduzione riservata
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Capire le attuali trasformazioni meteorologiche della regione mediterranea, afflitta da un progressivo inaridimento e dall’incertezza sull’andamento delle precipitazioni attraverso i sedimenti del lago più antico d’Europa. Nasce da questo intento la ricerca internazionale – pubblicata su Nature, con la partecipazione di Unifi – che ha studiato il lago d’Ohrid, situato tra l’Albania e la Macedonia del Nord [“Mediterranean winter rainfall in phase with African monsoons during the past 1.36 million years” doi.org/10.1038/s41586-019-1529-0].

 

Piattaforma di carotaggio sul lago di Ohrid (ICDP deep drilling campaign) da Bertini et al., 2016 AMQ
Piattaforma di carotaggio sul lago di Ohrid (ICDP deep drilling campaign) da Bertini et al., 2016 AMQ

I sedimenti prelevati con una campagna di carotaggio profondo (ICDP: International Continental Scientific Drilling Program) , con perforazioni fino a 568 metri sotto il fondale lacustre, sono stati analizzati per cinque anni con molteplici tecniche e hanno rivelato i cambiamenti ambientali del passato, permettendo anche di datare le origini del lago Ohrid, archivio naturale della storia climatica del Mediterraneo, a circa 1,36 milioni di anni fa.

“Tramite lo studio del polline rinvenuto nei sedimenti – spiega Adele Bertini del Dipartimento di Scienze della Terra – abbiamo descritto i cambiamenti della vegetazione legati al susseguirsi di fasi glaciali ed interglaciali”.

In particolare, le proprietà geochimiche e il contenuto in polline hanno documentato un aumento delle precipitazioni invernali durante i periodi caldi (interglaciali), dovuto all’intensificarsi dei cicloni sul Mediterraneo occidentale, in particolare durante l’autunno, come dimostrato dal confronto tra dati raccolti e i modelli climatici. L’aumento della ciclogenesi sarebbe legato, secondo la ricerca, al riscaldamento anomalo della superficie del mare durante l’estate.

“Effetti simili – prosegue Bertini – potrebbero derivare dal recente riscaldamento climatico di origine antropica, e in questo contesto, le indagini svolte potranno essere utili per risolvere alcune delle incertezze presenti nel rapporto della commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) e migliorare le proiezioni future”.

La ricerca è stata guidata dall’Università di Colonia; per l’Italia hanno partecipato, oltre a Firenze, l’Ateneo di Pisa – capofila degli studiosi italiani – le Università di Roma La Sapienza, di Modena e Reggio Emilia e di Bari, l’Istituto di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).

 


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