Geologi e tecnici di Unifi sono a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, per monitorare la frana avvenuta domenica 25 gennaio, che ha provocato sulla collina in cui sorge il centro abitato una voragine lunga circa 4 chilometri e trascinato giù diverse case. L’Università di Firenze opera dal 2005 come centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, fornendo supporto tecnico-scientifico per le grandi emergenze legate a frane e vulcani.
“Siamo stati attivati d’urgenza domenica sera, quando siamo stati avvisati che la Regione Sicilia necessitava di supporto per un movimento franoso iniziato a metà gennaio, ma aggravatosi drasticamente nella notte tra domenica e lunedì” racconta Nicola Casagli, presidente del Centro per Protezione civile Unifi, che si è recato in Sicilia con il docente DST di Geologia applicata Giovanni Gigli e il tecnologo Tommaso Beni.
“Giunti sul posto insieme al Capo del Dipartimento della Protezione Civile – prosegue – ci siamo trovati di fronte a un fenomeno di proporzioni enormi, certamente una delle più grandi frane che io abbia mai visto in Italia in oltre trent’anni di carriera. Le stime preliminari parlano di molte decine, se non addirittura centinaia di milioni di metri cubi di materiale in movimento. Questa massa ha generato una scarpata imponente proprio sotto l’abitato di Niscemi, una situazione che mette seriamente a rischio la stabilità delle prime file di abitazioni del centro abitato”.
Per comprendere l’estensione del dissesto, il team Unifi ha immediatamente effettuato sorvoli in elicottero, sopralluoghi diretti sul terreno e rilievi di precisione tramite l’utilizzo di droni. Dopo le attività sul campo, Casagli ha illustrato la situazione al presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Secondo il docente dell’Ateneo fiorentino, il dissesto idrogeologico che ha colpito Niscemi non significa una crescente vulnerabilità del territorio. Fenomeni analoghi, sebbene talvolta di entità minore, si sono già verificati nella zona nel 1790 e nel 1997, a testimonianza della ciclicità di questi eventi.
“Tuttavia – ammette – il dissesto avvenuto a Niscemi non ha mostrato segnali precursori evidenti, rendendo la previsione estremamente difficile. Nelle mappe di pericolosità delle Autorità di bacino distrettuali italiane esistono circa 650mila aree a rischio per frane e alluvioni. La strategia più saggia in questi casi sarebbe la delocalizzazione, spostando e ricostruendo in zone sicure, anche se tale percorso è estremamente complicato dal punto di vista sociale ed economico”.
Guardando al futuro della zona colpita, Casagli ritiene che la scarpata sia destinata ad arretrare ulteriormente. “Una volta stabilizzato questo arretramento – conclude – sarà necessario intervenire sulle argille sottostanti per drenare l’acqua, poiché è proprio l’acqua l’elemento che alimenta e muove queste grandi masse di terreno. Il nostro obiettivo attuale è monitorare costantemente il territorio per individuare eventuali nuovi segnali di movimento e intervenire dove possibile per mitigare il rischio”.

