La guarigione delle ferite nello Spazio

Al centro dell’esperimento “Suture in Space”, che si svolge sulla Stazione Spaziale Internazionale ed è coordinato dall’Ateneo
Il team di Suture in Space nei laboratori del Kennedy Space Center.

Dopo undici giorni sulla International Space Station (ISS), lo scorso 7 dicembre si è concluso con successo l’esperimento coordinato dall’Ateneo “Suture in Space” che si propone di studiare la guarigione delle ferite nello Spazio. Il bioreattore contenente modelli di tessuti umani era stato lanciato lo scorso 26 novembre con SpX-26 (Cargo Dragon 2) dal Kennedy Space (KSC) di Cape Canaveral (Florida, Stati Uniti).

Il team scientifico di Suture in Space nei laboratori del Kennedy Space Center al momento della consegna dell’hardware contenente i campioni biologici

Prima di andare in orbita, presso i laboratori del KSC sui campioni di cute e vasi sanguigni erano state prodotte ferite e suture. Una volta raggiunta la ISS i modelli sono stati inseriti in un incubatore alla temperatura di trentadue gradi. Metà dei campioni è stata tolta dall’incubatore e congelata a meno ottanta gradi dopo 4 giorni.L’altra metà è stata congelata dopo 9 giorni.

L’esperimento permetterà adesso di studiare fasi diverse del processo di guarigione delle ferite in condizioni di microgravità. I modelli torneranno alla base nei primi giorni del nuovo anno. Un esperimento di controllo a Terra (1xg), sarà svolto in condizioni identiche a quello in volo, tranne che per la microgravità. Dal confronto tra i campioni esposti e non esposti all’ambiente spaziale si capiranno gli effetti della microgravità sul processo di guarigione delle ferite. Le attività post-volo richiederanno circa un anno.

 “La possibilità di garantire, in ambiente spaziale, cure mediche adeguate e vicine agli standard terrestri è una sfida che richiede studi approfonditi – spiega Monica Monici, direttrice del laboratorio congiunto ASAcampus del Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Clinica e responsabile del progetto-. L’esperimento ha tenuto conto di una molteplicità di fattori e variabili: le condizioni estreme, come la microgravità e le radiazioni, la durata delle missioni, il numero di attività ad alto rischio ad esse associate, la risposta dell’organismo umano a lunghi periodi di permanenza nello spazio”.

“Nelle future missioni spaziali interplanetarie, eventuali traumi, ferite, ustioni, emergenze chirurgiche dovranno essere gestiti a bordo di veicoli o basi spaziali, perché – prosegue Monici – i tempi di evacuazione medica verso Terra sarebbero troppo lunghi”. 

Lancio di SpX 26

“Suture in Space” è il frutto di un progetto di ricerca durato sette anni, selezionato dalla European Space Agency (ESA) nella call ESA-ILSRA2014 e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI, C-ASI N.2018-14 U.0- Suture in Space). Il progetto era stato presentato ufficialmente nel maggio scorso a Roma presso l’Agenzia Spaziale Italiana

Il progetto presenta risvolti scientifici che investono anche altri aspetti dell’attività di ricerca.

Durante la preparazione dell’esperimento è stata sviluppata una tecnica di coltura di tessuti biologici che permette la loro sopravvivenza per alcune settimane e potrebbe avere varie applicazioni in ambito biomedico.

“Per esempio – aggiunge Monici – test preliminari sulla tossicità dei farmaci potrebbero sfruttare queste colture di tessuto invece dei modelli animali.”

Inoltre, lo studio del processo di guarigione delle ferite nello Spazio potrebbe aiutare a chiarire problemi scientifici non ancora risolti. “Nonostante numerosi e approfonditi studi, non sappiamo come e perché i mammiferi adulti abbiano perso la capacità di rigenerare i tessuti nativi senza riportare cicatrici – conclude la docente fiorentina – studiare modelli di ferite in condizioni di microgravità, dove i fattori meccanici sono minimizzati, potrebbe fornire nuove indicazioni sul tema alla comunità scientifica”.

All’esperimento partecipano i Dipartimenti di Scienze Biomediche Sperimentali e Cliniche “Mario serio” e di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università di Firenze. Hanno collaborato l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, le Università di Milano, del Molise, di Siena, di Aarhus (Danimarca), di Amsterdam (Olanda) e Lucerna (Svizzera).

L’hardware che ha consentito lo svolgimento dell’esperimento sulla ISS in modo automatizzato è stato sviluppato dalle aziende Kayser Italia (Livorno) e OHB (Brema, Germania), specializzate nell’ingegneria di sistemi aerospaziali.

 


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