La lezione di Adriano Olivetti

Analizzando la figura di uno degli imprenditori più lungimiranti della storia dell'industria italiana si possono cogliere spunti per ripensare il profilo dell'ingegnere del futuro. Da qui l'idea di una nuova unità di ricerca in Ateneo
Adriano Olivetti

Ricordare Adriano Olivetti a 120 anni dalla nascita è un’occasione per riflettere su temi richiamati con urgenza all’attenzione dalla nostra contemporaneità. Ma all’Università di Firenze è anche qualcosa in più: si ispira alla figura di Olivetti un’unità di ricerca dedicata (questo il suo nome) al “Rinascimento dell’ingegnere: oltre la formazione tecnica”.

Lo scopo di questo gruppo è esplorare contenuti e metodi da proporre nelle Scuole di Ingegneria, per stimolare creatività, pensiero critico e comportamento imprenditoriale e, quindi, preparare figure professionali capaci di rispondere alle sfide della complessità.

Un nuovo paradigma per gli ingegneri di domani, insomma. Ne parla uno dei componenti dell’unità di ricerca, Paolo Maria Mariano, in concomitanza con la giornata di studio in onore di Adriano Olivetti, ingegnere, nel 120° anniversario dalla nascita, in programma presso l’Aula magna il 15 dicembre

Qual è oggi la lezione di Adriano Olivetti?

Quando si ha occasione di parlare di Olivetti, di lui si ricorda spesso l’idea che il profitto aziendale debba essere reinvestito a beneficio della comunità e l’europeismo convinto. E non sono questi temi del tutto sconnessi: l’emergenza ambientale richiede, tra altre cose, di ripensare le modalità di sviluppo del sistema industriale, e serve farlo a larga scala e in maniera progressiva. Ma c’è un altro fattore che emerge da tutta l’attività di Olivetti: la visione organica della cultura, in fondo di tutto il processo di conoscenza.

In che modo si è attuata questa visione per Olivetti? Può far un esempio?

Nel 1938 Olivetti chiama il trentenne Leonardo Sinisgalli ad occuparsi dell’Ufficio Tecnico di Pubblicità dell’azienda a Milano. Sinisgalli ha formazione da ingegnere, ma è soprattutto un poeta e uno scrittore. L’interazione è fruttuosa, anzi, le proposte dell’ufficio di Sinisgalli diventano progressivamente eventi.

L’estetica del messaggio concernente il prodotto permea il prodotto stesso: così è per la macchina da scrivere Studio 42, così era stato per la Lettera 22. L’oggetto diventa anche altro dalla sua funzione, una sorta di veicolo di status. Steve Jobs – ma non solo lui – riprenderà l’idea enfatizzando il ruolo del fattore estetico nella percezione del prodotto, fino a far diventare quel valore quasi dominante rispetto alla funzione, o comunque affermando nei fatti che estetica e funzione devono integrarsi, così come nella scienza (e qui mi riferisco in particolare alle cosiddette scienze dure) capacità descrittiva, consequenzialità, efficacia ed estetica si integrano vicendevolmente nella descrizione in termini matematici della natura, cioè nella costruzione di modelli che abbiano funzione esplicativa e ambizioni predittive.

Nel 1956, poi, Olivetti chiama in azienda Paolo Volponi, uno scrittore all’epoca trentenne. Dieci anni dopo diventerà direttore di tutto il settore delle relazioni aziendali. Uno scrittore con funzioni dirigenziali in un ambiente industriale: quella di Olivetti era una decisione che emergeva da una visione che potrebbe essere considerata un’anticipazione indiretta del desiderio espresso da Charles Percy Snow qualche anno dopo nella Rede Lecture che fu chiamato a tenere all’Università di Cambridge (1959): il desiderio, una sorta di speranza per il futuro, era che uno scienziato avesse una percezione non banale delle discipline che diciamo umanistiche e, viceversa, uno specialista di quelle avesse elementi non solo di natura divulgativa di concetti basilari in varie porzioni della scienza. Sosteneva, infatti, che il rifiuto del dialogo tra gli studiosi fosse un male per la società.

Immaginare, ma soprattutto praticare l’integrazione tra discipline diverse e distanti è difficile …

Certo, una interconnessione sostanziale, cioè qualcosa che non sia solo cosmesi, richiede fatica. È un tempo, quello presente, in cui la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, con gli effetti conseguenti al surplus di dati e all’accresciuta capacità di manipolazione sociale, la velocità dello sviluppo tecnologico, le emergenze ambientali e sociali hanno aumentato la rapidità dei mutamenti e delle prospettive personali di ciascuno. In altri termini, è aumentata la complessità del vivere.

Affrontarla richiede che si abbia competenza specifica nel proprio settore e visione prospettica; in altri termini, si richiede cultura, o almeno desiderio di comprensione. Ciascuno ha bisogno di poter accedere ad adeguati strumenti di analisi che permettano di selezionare in maniera critica la rotta da seguire per andare oltre la superficie ribollente del mare dell’informazione, dove lo spazio elettronico potenzialmente infinito permette un indistinto accatastarsi di “cose” che possono essere distorte a piacere offrendo un mosaico di fatti e punti di vista considerati come fatti.

In conclusione che stimoli possiamo trarre dalla filosofia olivettiana per i giovani in formazione?

La funzione delle strutture educative nel proporre e gestire percorsi formativi è essenziale. Non si tratta tanto di offrire fantasiosi miscugli in cui si parli di tutto e di niente, o solo mostrarsi titolisti virtuosi, scegliendo denominazioni alla moda; si tratta essenzialmente di riflettere sulla natura e sulla profondità dei contenuti che si offrono e sulla capacità di indicare panorami ulteriori, rispetto a quelli che tempo e capacità proprie permettono d’insegnare, stimolando chi desidera apprendere ad avventurarsi nel processo di conoscenza. Lì si misura la capacità di una struttura educativa, lì si misura il senso che ciascun docente attribuisce al proprio insegnare.

 

 

 


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