Le pianti galleggianti contro l’inquinamento delle acque

Due specie vegetali sono capaci di rimuovere dal 60 al 90% dei metalli pesanti e dei farmaci presenti nelle acque reflue. Lo rivela uno studio Unifi, pubblicato su Science of The Total Environment e realizzato insieme ad una società di impianti di depurazione.
Azolla filiculoides, la felce acquatica
Azolla filiculoides, la felce acquatica

Il ruolo dei vegetali nella depurazione delle acque è conosciuto. Ma quali piante possono essere più adatte a tale scopo e qual è la loro resa in termini per così dire “ecologici”?

A queste domande cerca di rispondere lo studio su alcune piante acquatiche galleggianti, pubblicato su Science of The Total Environment  a cura di ricercatori dei dipartimenti di Biologia e di Chimica (“Improving the efficiency of wastewater treatment plants: Bio-removal of heavy-metals and pharmaceuticals by Azolla filiculoides and Lemna minuta” https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2020.141219). La ricerca è stata realizzata insieme a Gida (Gestione Impianti Depurazione Acque S.p.A.), società che opera a livello regionale in questo settore e che ha in parte finanziato l’indagine, anche in seguito a due rapporti di collaborazione con i dipartimenti coinvolti nello studio.

Il lavoro ha investigato la capacità di due macrofite, la felce acquatica (Azolla filiculoides) e la lenticchia d’acqua (Lemna minuta), nella rimozione di alcuni metalli pesanti (ferro, alluminio e cromo) e di alcuni composti farmaceutici (il diclofenac e la levofloxacina) solitamente presenti nelle acque reflue, cioè le acque di scarico derivanti dalle attività domestiche, agricole e industriali. Gli esperimenti sono stati condotti in laboratorio in condizioni controllate di luce, temperatura, umidità: le due specie hanno subito una tossicità scarsa o nulla in presenza dei contaminanti testati, l’alluminio e la levofloxacina sembrano aver avuto addirittura un effetto stimolante per le piante, promuovendo un tasso di crescita maggiore rispetto alle condizioni di controllo in assenza di trattamento.

Le due specie sono state, inoltre, molto efficaci nel ridurre le concentrazioni di ferro, alluminio e levofloxacina dalle soluzioni contaminate, raggiungendo rispettivamente fino a un massimo di rimozione del 90%, 97% e 60%.

“Il ferro e l’alluminio sono stati selezionati – spiega Ilaria Colzi, coordinatrice della ricerca insieme a Cristina Gonnelli e Massimo Del Bubba – perchè essi vengono ampiamente usati come agenti coagulanti nel trattamento delle acque reflue, favoriscono cioè la precipitazione delle sostanze sospese. Il cromo è stato scelto per il suo utilizzo diffuso in ambito industriale. Mentre, per quanto riguarda i farmaci – prosegue Colzi –  l’esperimento ha riguardato due molecole rappresentative delle classi farmaceutiche più comunemente rilevabili nelle acque superficiali, gli antinfiammatori e gli antibiotici”.

I risultati costituiscono un contributo significativo nello studio di sistemi vegetali applicati all’ottimizzazione di tecniche naturali (fitodepurazione) per la depurazione delle acque reflue.

 


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