Il movimento a fisarmonica degli Appennini

Pubblicato su Nature Communications Earth & Environment uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra: ricostruiti i processi che alimentano le deformazioni della crosta terrestre e contribuiscono all'attività sismica della catena montuosa
Foto da Pixabay

Per milioni di anni l’evoluzione tettonica dell’Italia centrale e meridionale è stata guidata da un doppio movimento coordinato: da un lato la progressiva apertura del bacino tirrenico e dall’altro il raccorciamento crostale che ha prodotto la formazione della catena appenninica. Tuttavia, le evidenze geologiche indicano che circa due milioni di anni fa l’apertura del Tirreno si è sostanzialmente arrestata e il raccorciamento crostale ha subito un drastico rallentamento. Nonostante ciò, gli Appennini continuano a mostrare una costante attività sismica, deformazioni orizzontali e sollevamenti lungo l’asse della catena.

A spiegare cosa alimenti oggi questi movimenti interviene uno studio guidato dall’Ateneo fiorentino, pubblicato su Nature Communications Earth & Environment con il titolo “Lower-crustal unzipping drives active orogenic deformation” (https://doi.org/10.1038/s43247-026-04021-w), che ha coinvolto anche le Università di Roma La Sapienza, Pisa e Palermo, l’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto di Scienze del Mare (ICM-CSIC) di Barcellona.

“La ricerca propone una nuova interpretazione dei meccanismi che regolano l’evoluzione degli Appennini, individuando un ruolo fondamentale in un processo che si sviluppa a decine di chilometri di profondità: la progressiva separazione della parte inferiore della crosta terrestre e del mantello dagli strati sovrastanti” spiega Stefano Tavani, primo autore dell’articolo e docente di Geologia strutturale e tettonica presso il Dipartimento di Scienze della Terra (DST).

Il professor Stefano Tavani sul Gran Sasso

“Per comprendere il fenomeno – continua – bisogna immaginare la crosta terrestre non come un blocco unico e rigido, ma come una struttura composta da diversi strati, sottoposti a forze che possono provocarne la deformazione. Nel caso degli Appennini, la parte più profonda della crosta si sta progressivamente separando da quella superiore, trascinata verso il basso insieme a una porzione del mantello terrestre”.

“Gli studiosi descrivono questo meccanismo attraverso il termine inglese unzipping, che richiama l’immagine di una cerniera, posta a circa 30 chilometri in profondità, che si apre progressivamente, da ovest verso est. La separazione avanza lungo una zona profonda della catena montuosa e influenza i movimenti che si manifestano in superficie” aggiunge Paola Vannucchi, coautrice del lavoro e docente di Geologia strutturale e tettonica del DST. “Il risultato è un comportamento apparentemente contraddittorio: mentre alcune zone degli Appennini si distendono, altre vengono compresse. Due fenomeni che sono collegati allo stesso processo geologico”.

Per ricostruire questa dinamica, il gruppo di ricerca ha incrociato trent’anni di misurazioni GPS a terra con le mappe radar ad alta precisione dei satelliti Sentinel del programma europeo Copernicus (2019-2023) e con il catalogo sismico strumentale (2004-2026). L’analisi ha permesso di individuare una relazione tra la posizione della zona di separazione profonda e la distribuzione delle deformazioni e della sismicità lungo la catena appenninica. 

“I dati mostrano che i movimenti tettonici e i terremoti seguono una precisa organizzazione geografica“, concludono i ricercatori Unifi. In particolare, nelle porzioni interne della catena, la crosta si estende, mentre nelle aree esterne (Pianura Padana e mar Adriatico), si comprime. Un comportamento ‘a fisarmonica’ capace di distendersi in una parte e contrarsi in un’altra. Anche i movimenti verticali del terreno trovano una spiegazione in questo quadro. Dove gli strati profondi si separano, la crosta sovrastante può sollevarsi; dove invece rimangono collegati, le forze esercitate verso il basso possono favorire l’abbassamento del terreno”. 

La ricerca apre nuove prospettive per la comprensione degli eventi sismici: sebbene non permetta di prevedere quando e dove si verificherà un terremoto, lo studio intende offrire un modello per interpretare la distribuzione delle faglie attive e dei movimenti che interessano il territorio. E comprendere questi processi significa conoscere meglio le condizioni geologiche che favoriscono i terremoti.


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