Il dolore accompagna ancora la vita di molte persone con un tumore: limita le attività quotidiane, compromette il sonno e pesa sul benessere psicologico e sulle relazioni. Comprenderne le cause e trattarlo in modo adeguato è una parte essenziale della cura oncologica. A questo tema è dedicato un articolo pubblicato su Nature Reviews Disease Primers, con un contributo centrale dell’Università di Firenze.
Intitolato “Cancer pain”, il lavoro vede come corresponding author Romina Nassini e Francesco De Logu, docenti di Farmacologia del Dipartimento di Scienze della Salute. Attraverso una revisione ampia e strutturata delle conoscenze disponibili, che collega ricerca di base e pratica clinica, l’articolo affronta diffusione del dolore, meccanismi biologici, diagnosi, trattamenti e prospettive future, riservando attenzione anche ai pazienti pediatrici e a chi convive con dolore persistente dopo le cure.

Le stime raccolte nella review indicano che circa il 44% delle persone con cancro presenta dolore, con percentuali che nella malattia avanzata o metastatica possono raggiungere il 70-90%. “Dietro questi numeri ci sono condizioni molto diverse” spiega Romina Nassini.
“Il dolore può derivare dalla crescita del tumore, dal coinvolgimento delle ossa o degli organi interni e dalla compressione o invasione dei nervi. Può anche essere una conseguenza dei trattamenti oncologici e persistere a distanza dalla loro conclusione”.
Uno degli aspetti messi in evidenza è il ruolo delle cellule non neuronali. “Oltre ai neuroni, partecipano ai processi dolorosi le cellule immunitarie, le cellule di Schwann che avvolgono le fibre nervose periferiche e altre cellule gliali del sistema nervoso centrale” illustra Francesco De Logu.
“Attraverso segnali infiammatori e molecolari, queste popolazioni possono aumentare la sensibilità dei circuiti del dolore e contribuire al suo mantenimento”.
Questa complessità richiede una valutazione che consideri sia l’intensità del dolore sia la sua origine e il suo impatto sulla vita della persona. “Occorrono percorsi personalizzati e multidisciplinari, capaci di integrare farmaci, interventi specialistici, riabilitazione e sostegno psicologico – sottolinea Nassini –. Gli oppioidi mantengono un ruolo fondamentale quando indicati, tuttavia la ricerca punta anche a sviluppare terapie mirate ai meccanismi del dolore, che possano ridurne l’assunzione e quindi gli effetti indesiderati”.

Il progresso scientifico deve però accompagnarsi a un accesso più equo alle cure. Secondo le evidenze discusse nella review, circa il 40% dei pazienti riceve ancora trattamenti analgesici inadeguati rispetto all’intensità del dolore. Le differenze nel consumo di morfina fra regioni ad alto e basso reddito possono essere comprese tra cinque e sessanta volte. “Le conoscenze e le terapie disponibili devono poter raggiungere chi ne ha bisogno – osserva De Logu –. Le barriere economiche, organizzative e normative continuano a limitare l’accesso a un trattamento adeguato del dolore”.
Tra le prospettive future figurano nuovi bersagli nelle interazioni fra tumore, nervi e cellule immunitarie, insieme a strategie di medicina di precisione. “L’obiettivo è scegliere le cure anche in base ai meccanismi biologici e alle caratteristiche individuali del paziente – aggiunge Nassini –. Approcci sperimentali, come la somministrazione di resiniferatossina nello spazio che contiene il liquido cerebrospinale, hanno fornito primi risultati clinici incoraggianti, ma richiedono ulteriori studi per definirne efficacia e sicurezza”.
“Questo risultato ha anche un significato per le nuove generazioni: gli autori principali del lavoro sono giovani – conclude De Logu –. È una dimostrazione concreta che si può produrre e coordinare ricerca di alto livello anche da giovani, senza che sia necessaria la guida di una figura accademica più anziana. L’autonomia e la responsabilità scientifica devono essere riconosciute sulla base delle competenze, del rigore e della qualità del lavoro, indipendentemente dall’anzianità accademica”.