Una farfalla più bella di un’altra può ricevere maggiore attenzione in termini di ricerca scientifica e protezione? Uno nuovo studio internazionale, pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology da un gruppo di ricercatori internazionali coordinati da Leonardo Dapporto (Dipartimento di Biologia) e da Mariagrazia Portera (Dipartimento di Lettere e Filosofia), dimostra proprio questo. Le farfalle europee considerate più belle hanno ricevuto, nel tempo, maggiore attenzione da parte del pubblico, della ricerca e persino della normativa europea sulla conservazione.
La ricerca, dal titolo “Beauty Bias in Butterfly Conservation and Research”, pubblicata su Current Biology, ha coinvolto oltre 21.000 partecipanti provenienti da più di 100 Paesi ai quali è stato chiesto di valutare la bellezza di centinaia di specie di farfalle europee. I dati sono stati quindi integrati con informazioni sulla ricerca scientifica (il numero di pubblicazioni dedicate, negli ultimi decenni, alle varie specie di farfalle), l’attenzione del pubblico (misurata, ad esempio, dal numero degli uploads su iNaturalist e Flickr), gli strumenti legislativi europei e lo stato di conservazione delle specie come misurato dalla IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.
Il risultato è che la bellezza di una specie è sistematicamente associata alla quantità di ricerca che riceve, all’interesse del pubblico e alla sua presenza nei principali strumenti normativi europei, come la Convenzione di Berna (del 1979) e la Direttiva Habitat (del 1992).
Questo fenomeno configura un vero e proprio “beauty bias”, un pregiudizio estetico che si è stratificato nel tempo: le specie più appariscenti sono state protette precocemente, e questa protezione iniziale ha contribuito, negli anni, ad attrarre ulteriori studi, finanziamenti importanti come i progetti europei LIFE e i conseguenti interventi di conservazione, rafforzando progressivamente il vantaggio iniziale.
“Molte delle specie oggi più a rischio sono farfalle poco appariscenti, che hanno ricevuto storicamente minore attenzione. Questo dato – evidenzia Leonardo Dapporto – emerge osservando le Liste Rosse Europee della IUCN, che valutano in modo numerico il rischio di estinzione attraverso criteri scientifici standardizzati. Le specie minacciate non sono necessariamente le più belle, al contrario: negli ultimi anni è cresciuta la tensione tra priorità storiche della conservazione e reale urgenza ecologica. E le decisioni prese decenni fa continuano a influenzare la distribuzione delle risorse e degli sforzi di conservazione anche oggi, indipendentemente dall’effettivo rischio di estinzione”.
“Il punto fondamentale dello studio naturalmente non è che la bellezza della natura, soprattutto della natura a rischio, debba essere ignorata: non c’è niente di male nel trovare bella una specie anziché un’altra oppure nel provare piacere estetico per la natura – commenta Mariagrazia Portera –. Piuttosto, si tratta di riflettere sui bias impliciti che hanno animato la conservazione europea sino a questo momento e sul tipo di idee implicite di ‘natura’ e di ‘conservazione’ che operano in noi. Grandi personaggi della scienza come Charles Darwin, Barbara McClintock, Rachel Carson, per fare qualche esempio, non avevano alcuna difficoltà a rivelare di essere guidati dalla bellezza e dall’estetico nelle loro indagini scientifiche: ma per loro l’estetico non si riduceva solo a preferenze per tratti visivi discreti (come se la natura fosse un insieme ‘morto’ di gioielli o ornamenti, tra i quali scegliere) bensì all’esperienza sensibile e meravigliosa della relazione viva di tutto con tutto, dei processi e delle relazioni ecologiche. Dobbiamo tornare lì, cioè a investigare seriamente – e questo studio è un importantissimo passo, una sorta di “campanello d’allarme” – il ruolo dell’estetica nella scienza. Se opportunamente ripensata, la bellezza può essere uno straordinario motore di interesse e partecipazione pubblica”.
La ricerca coordinata dall’ateneo mostra quindi come fattori solo apparentemente soggettivi e arbitrari, quali le preferenze estetiche umane, possano in realtà avere un ruolo determinante nella costruzione delle politiche ambientali, anche a livello istituzionale e normativo. Inoltre, spinge a riflettere sui concetti di “estetica” e di “bellezza” nella prospettiva storica della ricerca, per una conservazione della biodiversità più equa ed efficace.
Lo studio ha ricevuto numerosi finanziamenti ministeriali e di Ateneo, tramite i progetti competitivi 2021-22, i bandi UNIFI EXTRA 2023 e 2024 e diverse call EUniWell, e si inserisce all’interno della nuova linea di ricerca interdisciplinare sulle “Environmental Humanities” nella quale sono impegnati, insieme ad altri ricercatori Unifi, sia Leonardo Dapporto sia Mariagrazia Portera.